Dieci cose su dieci cose

2016-03-11 09.57.14

Cosa sia DieciCose lo lascio scoprire a voi. Il resto ve lo spiego di seguito, nelle mie “dieci cose su dieci cose”.

    1. Perché una traduttrice dovrebbe partecipare a un corso su “il web in pratica”?
      Prima di tutto perché questa traduttrice freelance in particolare il web, in teoria ma anche e soprattutto in pratica, lo ama molto, ci sguazza, e lo frequenta da parecchio (sì, sono vecchiarella); e le piace imparare cose nuove, ampliare i propri orizzonti, tenersi aggiornata: insomma tutte quelle cose lì che non solo suonano bene, ma evitano anche di ridursi alla prospettiva mentale di chi continuerebbe a farsi mandare le traduzioni in formato cartaceo via Pony Express e a tradurre usando la macchina da scrivere.
      La seconda ragione è che sono anche una freelance, ovvero una piccola (issima) imprenditrice che, se vuole sopravvivere e possibilmente prosperare, deve fare i conti anche con la dimensione social/digital della sua attività. La terza ragione è che ho un’identità segreta, quella della social media/social community manager (non vi dirò per chi o per cosa, ma volendo è abbastanza facile da scoprire. Sono tipo Batman, senza addominali d’acciaio ma con le orecchie e i baffi): lo faccio quasi da volontaria ma, come ha detto qualcuno, “siamo volontari ma non siamo dilettanti“… o almeno cerchiamo di non esserlo. Mi piace fare le cose bene, o il meglio possibile.
      Ero sicura che questa giornata mi avrebbe offerto mille spunti da tutte e tre queste prospettive, e così è stato.

 

  • Ero molto curiosa di sentire l’intervento di Mafe sullo storytelling: né la traduttrice freelance né la SMM volontaria-ma-che-cerca-di-non-essere-dilettante sono rimaste deluse, anche se sicuramente per la prima fare storytelling è molto più difficile.
    Sapete quando succede di sentir esprimere finalmente con grande chiarezza qualcosa che vi girava in testa da tempo, ma che non eravate ancora riusciti a esplicitare? A me è successo sentendo Mafe parlare di potenziali clienti che usano i social e la Rete per cercare conferme su un professionista o su un’azienda, rispetto a una prima impressione o a un primo contatto positivo (ad esempio perché vi hanno sentito parlare a un corso, o perché qualcuno vi ha raccomandato): è lì che diventa essenziale la coerenza della vostra “storia”, che deve restare la stessa su tutti i canali… e, naturalmente, anche di persona. Se non succede, se le vostre storie si contraddicono, il potenziale cliente rimane deluso, e probabilmente tutto finirà lì.
    Questo secondo me è essenziale per un’attività come la nostra, in cui i social e la Rete rappresentano difficilmente il primo punto di contatto, ma hanno invece sempre di più questo ruolo (importante) “di conferma”.
    Un altro elemento importante e forse trascurato: l’aspetto caratteriale, la persona che c’è dietro il professionista e con la quale il cliente si troverà a collaborare, magari a stretto contatto: pensiamo all’interpretariato di trattativa, ma anche a una consulenza in-house o al “semplice” rapporto di collaborazione con un’agenzia che si prolunga nel tempo. Il “tocco personale” in Rete serve anche a questo.

 

 

  • La definizione di content marketing più semplice e più efficace che si può (courtesy of Rocco Rossitto)
    “Farsi conoscere attraverso qualcosa che non è proprio il nostro prodotto, ma ci gira intorno”
    ma anche
    “Non esistono contenuti digitali, esistono contenuti nel mondo digitale”
    Che per me significa: non esiste stare sui social (come professionista, o anche come brand) “perché ci stanno tutti”, “perché sì”, “perché non se ne può fare a meno”. Ci si deve stare con una strategia precisa, e con qualcosa di interessante da dire. Altrimenti facciamo una figura migliore a non esserci, o comunque a ridimensionarci per esserci meno ma meglio. Nella pratica, e nel mio piccolo, mi è venuta un’idea in questo ambito che spero riuscirò a sviluppare. Stay tuned.

 

 

  • L’intervento di Giorgio Soffiato è stato forse il più tecnico della giornata, per certi versi troppo per un’ignorante semi-totale come me. Ma mi ha fatto piacere vedere espresso con una chiarezza direi cristallina (!) un concetto, vorrei quasi dire un comandamento, che vale per qualsiasi professionista e che io ho sempre cercato di fare mio (a volte, non lo nego, sentendomi un po’ idiota): il saper dire no, anzi il dover dire no, in due sensi.
    Dire no al cliente quando non siamo capaci: quando ci rendiamo conto che il nostro lavoro non sarà di qualità, che non offriremo valore sufficiente, che la nostra parcella non si ripagherà.
    Ma anche (uguale e opposto) dire no al cliente che non fa per noi: che insiste nel voler fare il contrario di quel che gli consigliamo, che non si fida di noi come professionisti, che non ci mette in condizioni di offrirgli valore (vedi sopra).

 

 

 

  • Paolo Ratto ha parlato di Facebook ads: un altro argomento molto tecnico per questa povera niubba, ma che mi ha offerto alcuni spunti interessantissimi. Certe cose mi hanno lasciato a bocca aperta… e mi riprometto di mettermi a giocare con i criteri di profilazione al più presto.

 

 

  • Dopo Giorgio con il suo “Dovete dire di no non perché vi fa sentire bene con voi stessi ma perché NON.SIETE.CAPACI”, la seconda standing ovation della giornata se l’è guadagnata Piero Tagliapietra, parlando di influencer e digital PR, con la seguente affermazione “Mettetevi in testa che chi fa pubblicità senza dichiararlo VIOLA.LA.LEGGE” (!).
    L’intervento mi ha offerto degli spunti in relazione all’attività di SMM, per quanto riguarda le relazioni con potenziali influencer, mentre non aveva quasi per niente a che fare con la mia attività di libera professionista; in ogni caso, mi ha letteralmente deliziato. Cosa ci volete fare, son strana, mi piacciono ‘ste cose.
    O forse sono rimasta deliziata anche per la reazione di alcune persone in sala che, evidentemente, non erano molto d’accordo con questa visione “manichea” (!) della questione…

 

 

  • Segue il densissimo intervento di Tigella sul kit di sopravvivenza del perfetto SMM. Alcuni strumenti già li uso (e per questo confesso di essermi sentita molto faiga), altri devo sicuramente provarli -> crea promemoria “Prova strumenti Dieci Cose“.
    Ringrazia moltissimo anche la freelance che, tra le mille altre cose, deve gestire anche la propria presenza social e possibilmente farlo con efficacia e in poco tempo.

 

 

  • Un concetto espresso in modo trasversale e variamente declinato da quasi tutti i relatori: l’importanza del sito Web, come punto di contatto e di arrivo imprescindibile nel rapporto con il cliente.
    Non nego che sempre più spesso in questi ultimi tempi mi sono domandata se continuasse ad avere senso un sito per la mia attività, per tanti motivi.
    Caso vuole (serendipity) che proprio qualche giorno fa abbia ricevuto un messaggio da un potenziale cliente che mi ha scritto, tra l’altro “Sfogliando il suo sito si coglie la professionalità e la passione per il mestiere…”. Insomma, a DieciCose hanno ragione anche su questo… 🙂

 

 

  • Sempre parlando di trasversalità: a fine della giornata ero stremata, non solo e non tanto per la sveglia con circa tre ore di anticipo rispetto al solito (argh), ma anche per il fatto che tantissimi concetti che ho sentito esprimere mi si applicavano sia come professionista che come (minuscola) SMM… e in qualche caso perfino come blogger.
    Nella mia testa, nei miei appunti, e anche sui miei diversi account social, ho zompettato per tutta la giornata tra questi due (tre) ambiti, annotandomi varie declinazioni possibili ai diversi contesti.
    Questo credo dimostri che DieciCose ha mantenuto la sua promessa:
    dieci cose non si rivolge a persone di livello basic, intermediate o advanced. Si rivolge invece a chi vuole avere una marcia in più, non leggere i decaloghi ed avere una bussola piuttosto che una mappa”.

 

 

  • L’hashtag #ilwebinpratica è andato quasi subito in TT, e come spesso succede in questi casi se ne sono impadroniti a) spammer b) gente che pensava fosse un gioco di “completa la frase”, e quindi si è messa a twittare una propria definizione del “web in pratica”. Il risultato è stato esilarante: gente che parlava di insalate su Instagram, che spammava video improbabili, o che diffondeva perle di saggezza.
    A proposito: tutti questi tweet li ho recuperati non a manina, ma tramite uno degli strumenti consigliati da Tigella, TAGS. Vedete come imparo in fretta? 😉
    Qui trovate lo Storify, per farvi un’idea di cos’è stata la giornata.

 

Bonus: una cosa che mi ha colpito, probabilmente per deformazione professionale (e qui parla la traduttrice).

Pur ripetendo in varie salse il concetto (ovvio ma non troppo) dell’importanza dei contenuti, nessuno ha nemmeno accennato all’importanza della loro forma, nel senso di importanza della lingua; del curare la lingua dei testi scritti, che si tratti di social o sito Web, quest’ultimo ovviamente ancora più importante in quanto “persistente”; e quindi dell’affidarsi a dei professionisti per i testi che nascono in italiano e per le traduzioni da e verso la lingua straniera.

Forse questo accenno è mancato perché la qualità della lingua, anzi delle lingue, viene data per scontata in un contesto professionale. Certo, leggendo in giro spesso e volentieri non si direbbe…
O forse noi “consulenti linguistici” dovremmo darci più da fare per comunicare l’importanza di questo elemento? Food for thought.

Disclaimer: l’ho già detto, vero, che per lavoro faccio altro? Agli esperti del settore, magari, quelle che per me sono state piccole rivelazioni sembreranno banalità. Ma forse no, chissà.