5 errori da evitare sui social network

I social network, questi sconosciuti.
Molti traduttori, e in generale molti professionisti, molti piccoli imprenditori, ma anche molte grandissime aziende!, non sanno bene come prenderli. Sentono dire che ormai non se ne può fare a meno, e quindi ci si buttano senza pensarci (tanto “male non può fare”).
Io non sono certo un’esperta, anzi, ma l’argomento mi interessa e cerco di imparare sfruttando le risorse che offre il Web e non solo (ad esempio, ho frequentato a tempo perso su Coursera “Content Strategy for Professionals: Engaging Audiences for Your Organization“, che mi ha offerto molti spunti interessanti).

Come ho già detto, penso che la tecnologia sia fondamentale per il nostro lavoro, e in senso ampio per tecnologia intendo anche l’uso dei social network come strumenti di marketing e di branding. Il problema è che per aprire un account su <social network a caso> ci vuole poco, per usarlo in modo sbagliato ci vuole anche meno: le conseguenze? Dallo spreco di tempo (prezioso) a un vero e proprio danno per la reputazione (preziosissima!) della nostra piccola impresa. Eccovi quindi, ispirati rigorosamente alla vita reale, ovvero da fasti & disastri di colleghi e non, 5 errori da evitare sui social:

1) Non tenere conto della regola del cucchiaio di legno, ovvero: qualsiasi strumento, per quanto apparentemente inoffensivo, se maneggiato male può diventare un’arma di distruzione di massa (ahia!).
Se oggi una presenza sui social network è importante, esserci in modo trascurato o mal gestito è molto peggio che non esserci. D’altro canto, per esserci in modo dignitoso basta (relativamente) poco.

2) Non avere una strategia, ovvero: muoversi a caso sperando che questi benedetti social materializzino la fila di clienti fuori dalla nostra porta. Ma, come dice qualcuno che ne capisce moltissimo, “i media digitali […] rendono visibili i comportamenti e certo non li creano”: non possiamo aspettarci che tramutino il ferro in oro. La prima domanda da porci, allora, è cosa vogliamo ottenere, e muoverci di conseguenza, tenendo conto che quello di social media manager è uno dei tanti “cappelli” che dobbiamo indossare (traduttore, responsabile della contabilità, del recupero crediti, dell’IT…), e che il nostro tempo ovviamente non è infinito.
È importante ottimizzare, quindi: dal mio punto di vista, una presenza minima per un’attività come la nostra si concretizza in una pagina Facebook, un account Twitter e un profilo Linkedin. Uno strumento (diverso ma altrettanto) importante è sicuramente anche un blog, che però richiede uno sforzo più significativo e per il quale valgono a maggior ragione i due discorsi fatti sopra: meglio lasciar perdere se non si hanno tempo e risorse per curarlo in modo adeguato.
Niente vieta di utilizzare anche altri strumenti (Pinterest, Tumblr, Instagram…), purché siamo sicuri di poterlo e saperlo fare. Inutile aprire mille account per poi abbandonarli, oppure pubblicare a casaccio contenuti che non servono alla nostra strategia, o addirittura remano contro. Meglio iniziare con poco e farlo bene: ad aggiungere altre piattaforme si fa sempre in tempo.

3) Fare di tutti i social un fascio ovvero: non conoscere le caratteristiche e le specificità dei diversi strumenti, e quindi usarli male. Qualche esempio:
essere presenti su Facebook con un profilo anziché con una pagina.
Prima di tutto, le regole di Facebook vietano di usare un profilo per rappresentare un’entità diversa da noi stessi, anche se si tratta della nostra attività, e quindi potremmo ritrovarci da un giorno all’altro con il profilo chiuso e inaccessibile. Ma ci sono anche tutta una serie di motivi tecnici: una pagina non ha nessuna limitazione del numero di fan, offre la possibilità di accedere a statistiche dettagliate su traffico, engagement etc., mette a disposizione strumenti promozionali e vantaggi in termini di SEO, e così via.
utilizzare Linkedin come Facebook. Chiedere indiscriminatamente il contatto a chiunque; inviare endorsement a casaccio (sperando che il “favore” ci venga restituito); inserire nel profilo una fotografia o dei contenuti non professionali… oppure contattare una collega sconosciuta per chiederle consigli su come agganciare i suoi clienti (!)
Per un utilizzo efficace di Linkedin, che è forse la piattaforma meno immediata delle tre, vi consiglio “Lavoro e carriera con Linkedin” di Luca Conti.
postare quasi solo tweet del tipoPer le vostre #traduzioni #EN>IT nel #settore della #moda, #contattatmi [sic] all’indirizzo cicciatraduttrice@hotmail.com!” (no, non mi sto inventando nulla).
A cosa serve un messaggio di questo tipo? Prima di tutto, come pensiamo che possa arrivare a un cliente? E, anche qualora miracolosamente arrivasse a destinazione, cosa dice di noi come professionisti, che possa indurre il cliente a sceglierci? Che siamo capaci di aprire un account su Twitter, di premere “Invia”, che facciamo un uso compulsivo del tasto cancelletto, che abbiamo un indirizzo e-mail non esattamente professionale e che non rileggiamo quel che scriviamo? Forse come fattori di differenziazione non sono esattamente il massimo…

4) Confondere la dimensione personale e lavorativa. Non siamo macchine, naturalmente, e specialmente per un libero professionista, in questo ambito, il tocco personale è fondamentale. Ma se la dimensione personale prende il sopravvento, quella professionale ne soffrirà.
Questo vale in particolare per le immagini: quelle che pubblichiamo (ad esempio su Instagram) e quelle che utilizziamo per identificarci, avatar su Twitter, immagine “di profilo” e copertina su Facebook e su Linkedin.
Un’immagine è un mezzo molto efficace per conferire quel famoso tocco personale, e anche per pubblicizzare i nostri successi in modo elegante e non pesante.
Ovviamente, però, non tutte le fotografie che scattiamo (per quanto belle, simpatiche, spiritose…) sono adatte al contesto professionale: prima di pubblicarle dovremmo sempre chiederci che impressione farebbero su un potenziale cliente.
Questo vale a maggior ragione per quelle immagini che ci identificano sui vari social: la cover con i gattini sarà tenerissima ma non è molto adatta per la nostra pagina Facebook; la foto da sciantosa su Linkedin è meglio evitarla; e se su Twitter non ci siamo mai preoccupati di sostituire l’ovetto, cioè l’avatar predefinito, con il nostro logo*, la prima impressione che daremo sarà quella di un account abbandonato (o addirittura falso).

*e se non abbiamo un logo, è il caso di rimediare subito!

5) Abbandonare il campo se non otteniamo risultati immediati. L’entusiasmo iniziale scema, i follower non aumentano, i “Mi piace” non ci sono, gli account ai quali abbiamo dedicato così tanto tempo ed energie sembra non portino da nessuna parte.
Anche se ci muoviamo in modo corretto, è necessario mettere in conto che i risultati in questo ambito richiedono tempo e sforzi. Dobbiamo arrivare a integrare i social nella nostra routine lavorativa quotidiana: non possiamo postare un giorno sì e tre no, dobbiamo seguire le persone e le pagine “giuste”, essere presenti nei gruppi a tema e seguire le discussioni su Twitter, tenere d’occhio certi hashtag, e naturalmente rispondere ai commenti e a chi ci menziona… tutte attività che ci consentono progressivamente di aumentare il coinvolgimento, e di affermarci come “esperti” nel nostro ambito.

Altri consigli sparsi: mantenere un’impronta il più possibile coerente (adottare sempre lo stesso “nome” su tutti i social, utilizzare la stessa immagine), sfruttare gli hashtag ma non abusarne, rileggere sempre con attenzione quello che si scrive, cercare di automatizzare e ottimizzare il più possibile l’attività di social management, anche sfruttando strumenti dedicati (io uso Hootsuite) e non dimenticare che il modo migliore per ottenere risultati è… prenderci gusto! 🙂

Per finire, due traduttrici dalla presenza social molto riuscita, per ispirarvi.
Vi indico solo gli account Facebook e Twitter; il resto vi invito a scoprirlo da soli.
Marta Stelmaszak: FB e Twitter (un’ispirazione per tutti noi :))
Rainy London Translation: FB e Twitter (Valeria è un’esperta di branding e si vede)